Tratto da una guerra vera. Come nasce Fauda, la serie che mette d’accordo arabi e israeliani

Ci sono storie che si scrivono quasi da sole, quando ambientazione, personaggi, eventi e snodi narrativi sono già scritti e appaiono autentici perché lo sono. E qui la storia vera è quella di un ex agente dei servizi israeliani che decide di trarre un soggetto e una sceneggiatura dalla sua vita. Ed è così che nasce Fauda, serie Netflix ambientata nei territori occupati della Palestina.

Graham Green diceva che i servizi segreti sono il subconscio delle nazioni. Cosa è realmente una nazione, la sua politica, la sua storia, le sue ossessioni, e soprattutto il suo futuro, non si vede nella realtà della superficie ma è necessario scendere in profondità, laddove operano, e soprattutto notando come operano, i suoi servizi segreti. E se questo è vero, Fauda, rappresenta il subconscio di due nazioni contemporaneamente.

 

fauda serie sceneggiatura

 

Siamo al confine tra Israele e la Cisgiordania. Il Mista’arvim, è una unità dell’esercito israeliano specializzato in operazioni sotto copertura nei territori occupati palestinesi. Il suo personale è composto da soldati israeliani in grado di passare per arabi. Oltre ad essere soldati scelti, parlano perfettamente l’arabo parlato dai palestinesi. E della Palestina ne conoscono storia, cultura e naturalmente conoscono perfettamente il Corano.

 

Il loro compito è l’antiterrorismo e le loro attività consistono nel progettare, condurre e portare a termine operazioni sul campo, con l’obbligo, chirurgico, di non coinvolgere civili ed estranei. Quello che ne ricavano è una alternanza di vittorie e fallimenti, ma in tutti i casi, un senso di frustrazione e notevoli dosi di stress post traumatico, ma soprattutto una sensazione, condivisa con i loro antagonisti, di trovarsi in una situazione priva di vie d’uscita.

 

 

Uno dei meriti della serie, tre stagioni su Netflix, la quarta in arrivo quest’anno, è quello di calare dentro lo spettatore in una realtà quotidiana di persone sempre più intrappolate in un conflitto più grande di loro, che li domina completamente, senza poter mai neppure lontanamente intravedere una soluzione.

 

I personaggi sono tutti intrappolati: l’unità diretta dall’inquieto Doron, compie azioni le cui conseguenze spesso ricadono violentemente su di loro. Il loro governo è a sua volta prigioniero della ragione politica che spesso condanna al fallimento, militare e umano, la sua stessa unità. L’Autorità Palestinese è sempre più prigioniera del movimento Hamas, a sua volta prigioniero della sua ala militare, a sua volta prigioniero degli estremisti che arrivano da tutte le nazioni limitrofe, a cominciare da quelle a loro volta più destabilizzate, come la Siria.

 

fauda serie sceneggiatura

 

In mezzo a tutta questa “Fauda” (in arabo significa caos), si aggirano personaggi molto interessanti: il ribelle Doron (interpretato da Lior Raz, creatore della serie) capo unità sempre più scollegato dalla gerarchia militare e umanamente alla deriva, la dottoressa Shirin, medico all’ospedale di Ramallah divisa tra la lealtà palestinese e il desiderio di porre fine ad una lotta sempre più insensata che provoca morti e feriti in quantità industriali, la soldatessa Nurit, arrivata nell’unità con grande senso del dovere verso il proprio paese che vede sgretolarsi i valori in cui crede a cause delle azioni sempre più violente e inumane della sua squadra.

 

E poi Walid, forse il personaggio più bello: diciassettenne verosimilmente privato della sua infanzia, luogotenente di un leader estremista palestinese e destinato ad assumere sù di sé tutto il peso di un popolo sofferente oltre ogni misura e sempre in bilico tra umanità e cupio dissolvi.

 

fauda serie sceneggiatura

 

“Cerchiamo sempre di trovare la somiglianza da entrambe le parti, tra la nemesi e l’eroe“, ha detto Lior Raz, il creatore della serie. “Ci sono somiglianze nel modo in cui si comportano, ma da una parte ci sono i terroristi, che uccidono persone innocenti e sono motivati dalla vendetta. Dall’altra il mio personaggio, Doron è motivato dalla caccia, dall’adrenalina e dal fatto che qualcuno sta minacciando la sua vita e quella della sua famiglia”.

 

Lior Raz è un ex soldato delle forze speciali, ha ideato e scritto la serie con un vecchio amico, Avi Issacharoff, un veterano del combattimento e un noto giornalista. Raz, che ha quarantacinque anni, interpreta Doron Kabilyo.

 

Una cicatrice di tre pollici, un ricordo di un incidente automobilistico, gli riga la fronte e gli dona un’aria da uomo con un passato. Lion vive con sua moglie e i suoi figli in un sobborgo appena a nord di Tel Aviv, ma è cresciuto principalmente a Gerusalemme ed è nato a Ma’ale Adumim, uno dei più grandi insediamenti ebraici in Cisgiordania, una città di quarantamila abitanti che generalmente gli israeliani considerano un sobborgo di Gerusalemme piuttosto che una sorta di avamposto in cima a una collina. Viene da un background mediorientale e militare: suo padre è nato in Iraq, sua madre in Algeria. Suo padre era un ufficiale di carriera nell’equivalente israeliano del Navy seals nello Shin Bet, i servizi di intelligence. A casa sua si è sempre parlato arabo e si ascoltava musica da tutto il Medio Oriente. Più tardi, suo padre si dimise dall’intelligence israeliana per mettersi a gestire un vivaio e gli amici di Lior erano bambini arabi di Azaria e Gerico che lavoravano lì.

 

fauda serie sceneggiatura
Lior Raz, autore e protagonista di Fauda

 

Quando Raz aveva diciotto anni, seguì le orme del padre: entrò a far parte di Duvdevan, un’unità d’élite antiterrorismo concepita nel 1986 e che iniziò le operazioni non molto tempo prima dello scoppio della prima Intifada nei territori occupati. Duvdevan significa “ciliegia” in ebraico, un riflesso del suo status di ciliegina sulla torta nell’esercito. È il modello per l’unità senza nome in Fauda.

 

La sua unità era di stanza appena fuori Ramallah, la capitale de facto della Cisgiordania e la base per la leadership dell’Organizzazione per la liberazione della Palestina. L’etica e l’addestramento assomigliavano a quelli del Navy seals: “spietato, brutale e costante”.

 

“A diciotto anni non sai bene cosa stai facendo. Pensavo che saremmo stati come James Bond, indossare una cravatta nera, bere Martini e prendendo i cattivi. Invece, abbiamo ottenuto fatiche inumane ed eterni falafel a pranzo a Ramallah”. Lui e i suoi amici aspiravano ad entrare nella unità Duvdevan non per ragioni ideologiche ma perché “vuoi far parte delle persone migliori del paese, per metterti alla prova. Vuoi essere fedele ai tuoi amici, proteggerli e far parte di una squadra che lavora insieme”.

 

La squadra al centro di Fauda lavora tanto quanto quella di Raz. Le sue operazioni vengono eseguite come rapidi “lavori dentro e fuori”, per arrestare un sospetto terrorista o per interrompere un’operazione terroristica. Il moto della Duvdevan era: “In qualsiasi forma, in qualsiasi luogo, in qualsiasi momento“.

 

 

I membri di Duvdevan non raccontano le missioni passate – quelli “devono rimanere oscuri”, ha detto Raz – ma parlano in termini altamente moralistici dell’unità, di come sono stati selezionati per il loro senso di probità e equilibrio. “Siamo stati scelti perché dovevamo essere calmi, morali, per non perdere la testa in mezzo ai guai, per pensare, per non comportarci come animali. Il compito era catturare il cattivo il più silenziosamente possibile, per evitare di uccidere o ferire chiunque altro. Alla fine di ogni operazione, c’era un debriefing su ciò che era successo e una valutazione sul lavoro svolto: ovvero fare un lavoro sporco nel modo più pulito possibile“.

 

Tre giorni dopo aver lasciato l’esercito, Raz si è diretto a Los Angeles con centoventicinque dollari in tasca. Per il suo background militare ha trovato subito lavoro in una società di sicurezza americana gestita da israeliani che lo hanno messo a guardia del corpo prima di Nastassja Kinski e poi di Arnold Schwarzenegger e famiglia. “Dopo l’esercito, sorvegliare una casa era piuttosto noioso”, e dopo cinque anni, quando ne aveva 25, è tornato in Israele.

 

Ha lavorato come batterista in una discoteca e poi come creativo in una agenzia pubblicitaria. Spinto da una ragazza a inseguire le sue ambizioni artistiche, ha iniziato a prendere lezioni di recitazione e ad ottenere ruoli in varie produzioni teatrali e televisive. E ha iniziato a pensare a un progetto che avrebbe attinto agli anni più pericolosi della sua vita.

 

Per circa due decenni, Raz e i suoi primi compagni nell’unità non hanno mai parlato del lato più brutto del loro lavoro, del prezzo richiesto ai palestinesi e del prezzo loro imposto. “È rimasto tutto lì e nel profondo di noi. Come persona, alla fine ti svegli e scopri di avere un disturbo da stress post-traumatico. Ti rendi conto di essere sempre teso, stressato, non stai dormendo, sei nervoso, sempre in allerta”. Quando a trentacinque anni, stufo di fare sempre lo stesso sogno, una pistola che si inceppa durante una sparatoria, ha deciso di andare da un terapista, nove anni fa. “Stavo per sposarmi. Ero stressato. Volevo solo essere un buon marito. Dopo circa cinque minuti di terapia, la psichiatra ha detto: “Hai il disturbo da stress post-traumatico, parliamone”.

 

Il business della televisione israeliana inizia con un ovvio svantaggio: il pubblico ha all’incirca le dimensioni di una qualunque metropoli occidentale. Inoltre gli ebrei ultraortodossi non guardano la televisione commerciale e molti israeliani palestinesi, che vivono a Nazareth, Umm al-Fahm, Acre, Haifa e in altre città e paesi, guardano le stazioni in lingua araba sul satellite. Le principali società di produzione, Keshet e Reshet, che creano programmi per il più grande canale di trasmissione, Channel 2, lottano per il pareggio; sperano di trarre profitto dalla vendita di proprietà all’estero.

 

Quando arrivano Raz e Issacharoff con in mano il soggetto della prima stagione di Fauda, i produttori sono scettici. Non solo non la vedranno – dicono – ma ci accuseranno, da destra a sinistra, di rappresentare i terroristi come eroi. Tuttavia quando il principale distributore israeliano di contenuti televisivi via satellite accetta di distribuire la serie, il progetto va in porto. E si comincia a girare. Un problema tecnico per Raz è stato che ha dovuto fare un provino per il ruolo principale, una circostanza che ha trovato “sconvolgente”. Ma quella non era certo la preoccupazione principale.

 

Raz e Issacharoff temevano che l’ala destra in Israele avrebbe detto che lo spettacolo aveva “umanizzato i terroristi”; temevano che la sinistra, insieme ai telespettatori arabi, dicesse che il suo ritratto di soldati umani era una farsa romantica e che ritraeva i palestinesi solo come terroristi. E invece.

 

Livida, magnetica, spiazzante, tecnicamente realizzata benissimo, Fauda è alla terza stagione, in attesa della quarta che arriva ad aprile 2021. Nel 2020 è stata la serie più vista di Netflix in Libano, la sesta in Giordania, la terza negli Emirati Arabi. È parlata per l’80% in arabo e per il 20% in ebraico. Consigliamo di vederla in lingua, anzi in lingue originali, per apprezzarne meglio la recitazione.

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