Parte a febbraio 2020 il Corso di Regia con Daniele Luchetti e Andrea Molaioli

Parte a febbraio 2020 la quinta edizione del Corso di regia cinematografica della scuola di cinema Tracce.

Il corso analizza in maniera completa l’esperienza del regista in relazione a tutti i reparti di una troupe cinematografica. Durante i mesi del corso, ogni corsista scrive la sceneggiatura di un cortometraggio, analizzata dai coordinatori e dai docenti, e viene affiancato nella preparazione, nelle riprese e nel montaggio finale del cortometraggio.

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La detective triste e l’America disillusa. Omicidio a Easttown raccontata dallo sceneggiatore

Ci sono storie e sceneggiature per film e serie dove in primo piano c’è l’intreccio narrativo, la storia, mentre l’ambientazione, il luogo dove i personaggi vivono, va inevitabilmente in secondo piano, fa da sfondo.

 

In Mare di Easttown (Omicidio a Easttown, nella banale traduzione italiana), accade il contrario: la cittadina di Easttown nella contea di Chester in Pennsylvania, le sue villette a schiera in legno, le strade lunghe buie e desolate, i boschi dove usano radunarsi i ragazzi in fuga dal degrado e da una vita che offre all’apparenza ben poche opportunità, è in questa serie HBO, in onda su Sky, il vero protagonista della serie.

Sceneggiare un luogo: la Pennsylvania della crisi economica

 

Siamo nel Midewst americano, sulla costa nordatlantica. La Pennsylvania è uno degli stati americani maggiormente colpiti dalla crisi economica e dalla globalizzazione, che ha visto chiudere una dopo l’altro le sue fabbriche manifatturiere e le sue raffinerie di petrolio.

 

 

Lungo il fiume Delawere, che si inoltra in paesaggi boscosi di grande valore e bellezza naturalistica, sorgono diverse cittadine abitate da una working class da sempre abituata ad alzarsi la mattina per andare in fabbrica. Per generazioni: prima del figlio, c’era il padre, e il nonno che avevano cominciato a lavorare nell’industria dal dopoguerra. Greci, italiani, tedeschi, svedesi, danesi, erano tutti sbarcati con pochi soldi e tanti anni davanti di lavoro vero.

 

sceneggiatura serie omicidio a easttown

 

Negli ultimi vent’anni almeno la situazione si è rovesciata. Le industrie hanno chiuso, la desertificazione economica è avanzata dovunque, si è fatta strada una disillusione spietata e una paura incessante del futuro. Anche per questo, nel 2016 la Pennsylvania ha voltato le spalle ai Democratici e ha votato in massa Donald Trump che prometteva il ritorno non agli splendori, ma almeno ad un posto di lavoro e un futuro.

 

Sceneggiare il risentimento

E sono proprio la disillusione e il risentimento dovuta alla crisi economica e il futuro che non è più una prospettiva a cui tendere ma un nemico che ti attende sulla riva del fiume, ad essere penetrati nell’animo di tutti i personaggi di questa serie, a cominciare dalla protagonista, Mare Sheenan interpretata da una Kate Winslet capace di donare alla sua detective tutta quella tristezza e risentimento di cui la serie è pervasa.

 

 

“Ero molto interessato al personaggio di Mare – dice il creatore della serie, lo sceneggiatore Brad Ingelsby – Ho un amico sulla costa orientale che è un poliziotto e un giorno stavo parlando con lui, e mi stava raccontando della sua vita da agente. Mi ha detto che erano in undici a lavorare in una centrale che è un ex stazione ferroviaria riconvertita, con un solo detective che lavora con loro e si occupa di tutti i casi. Adesso sembra un milione di anni fa, ma in realtà era solo il 2018″.

 

Brad Ingelsby

“Sapevo di voler scrivere una storia su una donna di nome Mare che è l’unico detective in una piccola città. Una volta era un’eroina, ma ora la città sta iniziando a rivoltarsi contro di lei perché non può risolvere un caso di una ragazza scomparsa. In lei e attorno a lei ci sono molte crisi esistenziali e perdite personali. Avevo quindi una idea su Mare ma non sapevo quale fosse la storia intorno a lei. Poi, quando ho iniziato a popolare questo luogo con questi altri personaggi, mi sono interessato a loro e ho capito che tutte le storie personali che li riguardavano erano intense e speciali per ognuno di loro. ma ho capito anche che non avrebbe funzionato in un film di due ore, la portata della storia era più grande”.

 

Una delle storie di Mare riguarda la sua giovinezza. In città la ricordano per il suo canestro incredibile durante una partita di basket. Da quel momento la chiamano Lady Hawk. Però poi le cose cambiano con gli anni.

 

 

“Sono cresciuto in un clan sportivo: mio padre era un giocatore di basket, mio fratello giocava a baseball e conosco molte persone che hanno giocato a baseball nelle minor league. Quindi sono molto interessato a ciò che accade dopo i “giorni di gloria” e Mare è molto interessata a quei giorni della sua vita. La domanda che arriva poi è: come cambiano le cose quando finiscono i giorni di gloria e la vita sembra essersi infilata in un vicolo cieco?“. Che è la storia di Mare, ma è anche la storia di questa comunità, di questo stato americano. Tornare dove si era prima. Non è possibile e per questo il risentimento e la tristezza assalgono tutti e tutto”.

Serie e sceneggiatura: Brad Ingelsby

Brad Ingelsby è nativo di quei luoghi e ci è cresciuto fino alla maggiore età, il che ha consentito quella verosimiglianza e vicinanza con una terra diventata dolente, che è una delle chiavi della serie.

“Sono nato a Berwyn, a poca distanza dalla contea di Chester, e sono cresciuto con molte donne nella mia vita. Ho molte zie, oltre a mia madre e le mie sorelle. Il giovedì sera, a casa di mia nonna, mia madre e tutte le sue sorelle erano in cucina, a chiacchierare e spettegolare, e uscivamo insieme. Sono cresciuto con un sacco di donne forti e incredibili. Essere cresciuto lì aiuta molto. Conoscere i ritmi e i riti della vita in questa parte così specifica del Paese aiuta a renderlo convincente. Nel quartiere in cui è cresciuta mia moglie, suo zio abita l’ vicino e sua zia un paio di case più in là e si riuniscono tutti per la pizza, ogni venerdì. Aver vissuto una ambientazione di persona aiuta a renderla più onesta”.

 

 

In città tutti conoscono tutti. Troviamo la detective Sheenan alle prese con un omicidio, una giovane ragazza madre, trovata cadavere sul greto del fiume. Nei confronti della detective però non c’è empatia o sostegno come ci si aspetterebbe, ma al contrario c’è molta disillusione sull’operato della polizia. Da più di un anno è scomparsa una ragazza e la comunità ritiene che la polizia – e la detective Sheenan – abbiano fatto poco e niente per trovarla e salvarla. Successivamente si scoprirà anche il motivo di un dolore lancinante e intenso che Mare porta dentro di sé, che ha a che fare con il figlio e anche con la madre.

 

Sceneggiatura significa amare i propri personaggi

“Mare è una poliziotta che mi piace tanto. Amo le relazioni madre-figlia e Mare è allo stesso tempo figlia di sua madre e madre di sua figlia. Fin dalle prime bozze della sceneggiatura, volevo avere quattro generazioni in una casa, se includi Drew, il bambino. In termini di narrativa, avere queste tre generazioni di donne sotto lo stesso tetto è stato davvero interessante per me. Ognuno ha i suoi problemi. Siobhan ha molto risentimento. Mare ha molto risentimento. Helen e Siobhan sono nella stessa squadra. Sembrava un terreno ricco da esplorare. Li amo tutti, in modi diversi. Amo Siobhan per la sua grinta. Amo Helen perché c’è qualcosa in lei che mi ricorda mia nonna, in molti modi. Era una donna dura, ma si è davvero addolcita, nel corso degli anni, a causa della tragedia che ha attraversato. Alla fine queste donne devono unirsi e deve esserci una riconciliazione, ma come si guadagna quel livello di fiducia tra queste tre donne, che forma avrà e come si presenterà questo ramo d’ulivo tra loro, non si sa”.

Sceneggiare il personaggio e poi affidarlo

“Ho adorato scrivere il personaggio di Mare, amo il fatto che sia una dura e penso che sia un poliziotto fantastico e anche un’amica. Ci sono momenti in cui non ti piace, ma fai sempre il tifo per lei. Poi arriva il momento in cui dai il tuo personaggio ad un attore che lo fa suo. È un momento cruciale, stai rinunciando a una tua proprietà per affidarla a qualcun altro. Quello che ha fatto Kate è stato meraviglioso. Ha saputo elevare Mare in modo incredibile. Ha approfondito il personaggio e si è dedicata a immergersi emotivamente in ciò che questo personaggio aveva passato. Alcune delle scene più forti sono quando parla con la terapista, un’altra donna di cui intuisci la presenza e la personalità. Ma Kate è riuscita anche in altro, a conferire a Mare anche un certo umorismo, a portare un po’ di leggerezza per bilanciare la sua oscurità”.

Il background di uno sceneggiatore

Brad Ingelby si è diplomato al liceo a Radnor. Dopo non sapeva bene cosa fare e il padre gli disse che poteva andar bene prendersi un po’ di tempo per deciderlo ma intanto un qualche lavoro avrebbe dovuto farlo. Così si è trasferito nella vicina cittadina di Villanova dove ha scoperto l’interesse per la scrittura cinematografica.

 

“Ho sempre avuto un profondo interesse per i film, ma non avevo idea di volerli scrivere fino a quando non ho frequentato un corso di sceneggiatura nel mio primo anno a Villanova, ed è stato allora che ho scoperto questa passione. C’era questo negozio di noleggio VHS a Berwyn chiamato Movies Etc. E avevano l’offerta 10x10x10: 10 film per 10 giorni per 10 dollari, purché non fossero nuove uscite. Ho sfogliato il catalogo e c’erano i migliori film di tutti i tempi e ho noleggiato tutti quelli su cui potevo mettere le mani. E mi sono iscritto ad un corso di scrittura.

 

Le prime reazioni al corso: “Sono stato attratto dagli studi sui personaggi, come Mean Streets, Breaking Away e Stand By Me. Quando è uscito Boogie Nights, credo di averlo visto sei volte a teatro. Ho pensato che fosse la cosa migliore di sempre. Dopo il corso a Villanova, sono andato all’American Film Institute di Los Angeles e ho dovuto presentare due sceneggiature come tesi. Dopo l’AFI, sono tornato all’Est e stavo vendendo assicurazioni con mio padre quando ho ricevuto un’e-mail da un amico che è andato all’AFI ed è diventato dirigente di una società cinematografica. Gli ho mandato la sceneggiatura di Out of Furnace (Il Fuoco della Vendetta, in italiano), una delle due sceneggiature che avevo presentato all’AFI, ho trovato un agente e in poche settimane è stata venduta per 600.000 dollari, una cifra astronomica per me che stavo vendendo assicurazioni. Inizialmente doveva essere con Leonardo DiCaprio, ma il casting finale era composto da Christian Bale, Casey Affleck e Woody Harrelson”.

 

 

Da allora Brad si è trasferito a Los Angeles, la città inevitabile per chi scrive per il cinema. “Per essere nel mondo del cinema, devi essere a Los Angeles. Questo è sicuramente quello che mi ha detto il mio agente dopo aver venduto la prima sceneggiatura, quindi mi sono trasferito. Ma come scrittore, la tua valuta è un buon materiale, e se puoi scriverlo sulla costa orientale o occidentale o in Cina, a nessuno importa”.

La difficoltà dello scrivere. Come si comincia e come si finisce?

“Non sono particolarmente bravo a dare consigli di scrittura agli aspiranti sceneggiatori. Quello che ho imparato negli anni è che ciò che funziona per me come scrittore non funziona molto per gli altri, e viceversa. Non conosco mai tutte le mosse quando inizio una sceneggiatura. So solo dove inizia emotivamente e dove finisce, sempre emotivamente. Devi ascoltare il tuo personaggio mentre scrivi. I personaggi ti parlano. Molti scrittori credono nei contorni. io sono l’opposto. Non voglio essere incatenato a un contorno. Ho solo bisogno di sapere dove inizio e dove finisco.

La tranquillità aiuta la scrittura?

“Un amico scrittore mi ha suggerito di affittare un ufficio per sfuggire alla mia casa rumorosa. Aveva fatto miracoli per la sua creatività. La calma! La fuga! La vita indisturbata! Ho voluto provare e ho trovato un annuncio su Craigslist. Il proprietario di un’azienda di test ambientali stava ridimensionando e poteva offrirmi uno spazio nel suo edificio. L’ufficio non era molto: quattro mura, una finestra, varie mappe topografiche alle pareti e… un sacco di formiche. Entravo alle 6 ogni mattina, aprivo il computer e mi sedevo lì. Per lo più ho guardato i flussi silenziosi delle formiche. A volte ascoltavo le sessioni di gruppo della struttura di riabilitazione dalla droga della porta accanto o Jan, il mio vicino, che parlava di una sorella che era malata. Quello che non ho fatto è stato scrivere“.

 

“La mia esperienza con la scrittura è che raramente implica sedersi a una scrivania e digitare. Per me la scrittura avviene solo alla fine di qualcosa, quando una scena è stata concepita, analizzata, montata, ottimizzata, messa a fuoco e infine decisa. Questo processo avviene nella mente mentre passeggio, meditando sulle ombre, fissando l’erba, i fiori o le farfalle, o guardando i miei figli che rimbalzano sui trampolini o giocano a palla. Non avevo bisogno di un ufficio per tutto questo. In effetti, l’ufficio ha rimosso l’ambiente che traboccava di ispirazione. Dopo due mesi ho detto al padrone di casa che non funzionava e, no, non aveva niente a che fare con le formiche.

Conosci il tuo finale

L’unico consiglio di scrittura che posso offrire agli aspiranti scrittori è questo: conosci il tuo finale. Ho scoperto che quando so dove inizia e dove finisce una storia, emotivamente, ho il coraggio di iniziare a scrivere. Quando i personaggi sono a posto, il centro del racconto diventa un parco giochi di sperimentazione, scoperta e rivelazione in cui i personaggi parlano, cambiano, crescono ed evolvono. Ma quelle due ancore, come inizia e come finisce, sono sempre ben presenti in me, e fanno in modo di non farmi mai deviare dalla traiettoria di volo, perché la pista di atterraggio, anche se distante, è sempre ben visibile.

Daniele Luchetti inaugura la V edizione del corso di Regia di Tracce. Ultimo posto disponibile

Con una lezione introduttiva su sceneggiatura e regia, lunedì 17 febbraio 2020 Daniele Luchetti inaugura la quinta edizione del Corso di regia cinematografica della scuola di cinema Tracce.

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Il corso base di sceneggiatura parte a settembre 2021 a Roma. Info per i colloqui preliminari

Corso di sceneggiatura roma

Partirà a Roma a settembre 2021, il Corso di Sceneggiatura di primo livello, dedicato a chi vuole apprendere le tecniche della scrittura per il cinema. La data esatta è in corso di definizione e verrà comunicata appena disponibile.

 

Il corso “base” di Tracce, giunto alla XXIX edizione, fornisce le basi teoriche e tecniche per la costruzione e lo sviluppo di una idea per il cinema o per la tv e ne prevede la realizzazione di tutte le fasi per giungere alla scrittura di un soggetto cinematografico.

Trovare una idea per il cinema e svilupparla

Durante il corso gli allievi apprendono le modalità e le tecniche sul come si individua una idea valida per il cinema (quindi riconoscendo e scartando quelle non idonee), come si struttura la prima versione dell’idea, come si inventano i personaggi, come si realizza un intreccio, come si definisce la posta in gioco che permette alla storia di essere credibile agli occhi del lettore/spettatore, come si struttura il racconto, dove come e perché si posizionano gli snodi narrativi e i colpi di scena, come si distribuisce la tensione necessaria, come si realizza un montaggio già nel testo, il tutto durante lezioni ed esercitazioni pratiche finalizzate ad arrivare al termine del corso con un soggetto da presentare ad un produttore, tramite quello che viene definito “pitch“, ovvero la presentazione in poche ma efficaci parole della storia realizzata.

I docenti del corso

I docenti del corso sono celebri sceneggiatori, registi e tecnici del cinema italiano.

 

Graziano Diana (Un Eroe Borghese) e Heidrun Schleef “(La stanza del figlio e Il Caimano), insegnano i fondamenti della scrittura per il cinema: l’idea, i personaggi, l’intreccio, la struttura in tre atti.

 

corso di sceneggiatura roma graziano diana
Graziano Diana sul set di “Il Commissario”, fiction tv per Mediaset

 

I registi Denis Rabaglia (Un amico che ti vuole bene), Andrea Molaioli (La ragazza del lago e Suburra la serie) e Daniele Luchetti (Il Portaborse, Momenti di trascurabile felicità), insegnano le tecniche sul punto di vista, sulle ambientazioni, i dialoghi, la messa in scena.

 

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Andrea Molaioli, regista di “Suburra la serie” e La “Ragazza del lago”

 

Il critico cinematografico Mario Sesti spiega agli allievi la composizione delle immagini e delle scene, attraverso una lunga carrellata delle più significative scene della storia del cinema.

 

 

Il montatore Claudio Di Mauro spiega come si aggiunge linguaggio, senso e tensione al racconto tramite il montaggio.

 

Lo story editor Gino Ventriglia spiega come si concepisce una storia che sia idonea a catturare l’interesse degli story editor, figura professionale che seleziona e sceglie i progetti che vengono realizzati per l’industria cinematografica e televisiva.

Masterclass del premio Oscar Nicola Giuliano

Iniziano e chiudono il corso due lezioni masterclass di Nicola Giuliano, produttore premio Oscar per La Grande Bellezza.

 

Nella prima lezione Giuliano spiega cosa interessa e cosa cattura l’attenzione di un produttore cinematografico, come deve essere realizzato un soggetto, i trucchi del mestiere e gli errori da evitare.

 

Nell’ultima – e spesso memorabile per molti allievi – lezione, Giuliano esamina uno per uno tutti i soggetti scritti in quella che è la simulazione più vicina al reale su come si svolge un colloquio produttore-autore nella realtà di tutti i giorni.

 

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Il premio Oscar Nicola Giuliano, produttore per la Indigo Film

 

Il corso di sceneggiatura di primo livello è indicato per chi ha una forte motivazione per lo scrivere storie per il cinema (ma anche per avvicinarsi a questo mondo insieme a professionisti del settore) e desidera mettersi in gioco personalmente compiendo un percorso composto da lezioni teoriche ed esercitazioni pratiche da fare sia in aula che a casa, rispettando precise tappe di lavorazione (che è poi il normale andamento del lavoro di uno scrittore) e per questo l’ammissione al corso è subordinata ad un colloquio, gratuito e senza impegno, con i responsabili della scuola, Laura Soro e Luca De Benedettis, finalizzato a riscontrare effettivamente la presenza degli indispensabili presupposti, passione e determinazione, per frequentare con profitto il corso.

 

Se ami il cinema e vuoi apprenderne la formazione di base assieme ai migliori professionisti, questo è il tuo corso.

 

Il corso si tiene a Roma. Maggiori dettagli nella pagina del programma del corso. L’iscrizione è subordinata ad un colloquio per accertare le necessarie motivazioni.

 

Utilizza il modulo sottostante per maggiori info o per fissare un colloquio con Laura Soro e Luca De Benedittis, tutor del corso.

 

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Lezioni in quarantena, i corsi di Tracce sono temporaneamente online

La scuola di cinema Tracce si adegua alle normative sull’emergenza Coronavirus e dall’inizio di marzo tutti i corsi attualmente in atto, Sceneggiatura I e II e Regia, sono passati in modalità online, attraverso apposita piattaforma di videoconferenza.

Tutte le lezioni previste si svolgono e si svolgeranno regolarmente nei giorni indicati o in altri giorni se concordati direttamente tra corsisti e docenti.

 

Anche i corsi attualmente in preparazione, Sceneggiatura I e II che cominceranno rispettivamente a giugno e maggio 2020 saranno in videoconferenza.

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Sviluppare un’idea per un thriller. Parte a giugno 2020 il nuovo corso online di Tracce

Sviluppare l’idea per un thriller in cinque lezioni online

Come si concepisce una idea per un thriller è l’oggetto del nuovo corso online di Tracce in partenza a giugno 2020

Scena del crimine, tecniche di indagine, interrogatori, psicopatologie e moventi. Tutto quello che c’è da sapere per concepire un’idea per un giallo/thriller che sia credibile e ben congegnato. Il corso, tenuto da sceneggiatori e criminologi, insegna le tecniche di base sia per sviluppare una idea per il cinema, sia per specializzarla in ambito thriller psicologico.  Continue reading “Sviluppare un’idea per un thriller. Parte a giugno 2020 il nuovo corso online di Tracce”

Sviluppare un’idea per il cinema. Parte a giugno 2020 il nuovo corso online di Tracce

Come si concepisce una idea per il cinema è l’oggetto del nuovo corso online di Tracce in partenza a giugno 2020

Sviluppare l’idea per un soggetto in cinque lezioni online

Molto spesso un errore che si compie è quello di cominciare a scrivere un soggetto senza avere chiari prima personaggi e obiettivi, ambientazione, punto di vista, il tema e idea di finale. Continue reading “Sviluppare un’idea per il cinema. Parte a giugno 2020 il nuovo corso online di Tracce”

Al via il 30 ottobre 2020 il corso di primo livello di sceneggiatura. Prenota il tuo colloquio

Sono in corso selezioni, colloqui ed iscrizioni per la XXVIII edizione del corso di sceneggiatura di primo livello, il cui inizio è previsto per ottobre 2020.

 

Il corso si svolge, in presenza, nella sede di Tracce a Roma, rispettando le normative previste per il Covid: i corsisti sono distanziati e indossano la mascherine in ambienti sanificati. In caso di eventuali normative più stringenti, il corso potrebbe tenersi su piattaforma video, per poi ritornare in presenza appena possibile

 

Il corso fornisce le basi per la costruzione e lo sviluppo di un soggetto cinematografico. Gli iscritti, uniti spontaneamente in gruppi di due o tre persone, sono seguiti dai docenti in tutte le fasi della realizzazione dei soggetto che, alla fine del corso, vengono sottoposti al produttore Nicola Giuliano, premio Oscar per il film La Grande Bellezza.

 

Il Programma dettagliato:

  • L’idea narrativa e il tema. Il pitch
  • Il soggetto: arco narrativo e biografie dei personaggi
  • La struttura in tre atti
  • Il punto di vista. Il colpo di scena
  • La scaletta
  • Il trattamento
  • I trucchi del mestiere: suspense, rimonta
  • La sceneggiatura: i dialoghi
  • Proiezioni di film e analisi con l’autore
  • Esercitazioni scritte
  • Confronto tra la sceneggiatura di un film e il film girato e montato compiuto dallo stesso montatore.

Su questa pagina tutte le informazioni, i docenti, i costi. 

 

Per prenotare un colloquio conoscitivo, gratuito e senza impegno, compila il form sottostante oppure telefona al 349.72.66.758.

 

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Tratto da una guerra vera. Come nasce Fauda, la serie che mette d’accordo arabi e israeliani

Ci sono storie che si scrivono quasi da sole, quando ambientazione, personaggi, eventi e snodi narrativi sono già scritti e appaiono autentici perché lo sono. E qui la storia vera è quella di un ex agente dei servizi israeliani che decide di trarre un soggetto e una sceneggiatura dalla sua vita. Ed è così che nasce Fauda, serie Netflix ambientata nei territori occupati della Palestina.

Graham Green diceva che i servizi segreti sono il subconscio delle nazioni. Cosa è realmente una nazione, la sua politica, la sua storia, le sue ossessioni, e soprattutto il suo futuro, non si vede nella realtà della superficie ma è necessario scendere in profondità, laddove operano, e soprattutto notando come operano, i suoi servizi segreti. E se questo è vero, Fauda, rappresenta il subconscio di due nazioni contemporaneamente.

 

fauda serie sceneggiatura

 

Siamo al confine tra Israele e la Cisgiordania. Il Mista’arvim, è una unità dell’esercito israeliano specializzato in operazioni sotto copertura nei territori occupati palestinesi. Il suo personale è composto da soldati israeliani in grado di passare per arabi. Oltre ad essere soldati scelti, parlano perfettamente l’arabo parlato dai palestinesi. E della Palestina ne conoscono storia, cultura e naturalmente conoscono perfettamente il Corano.

 

Il loro compito è l’antiterrorismo e le loro attività consistono nel progettare, condurre e portare a termine operazioni sul campo, con l’obbligo, chirurgico, di non coinvolgere civili ed estranei. Quello che ne ricavano è una alternanza di vittorie e fallimenti, ma in tutti i casi, un senso di frustrazione e notevoli dosi di stress post traumatico, ma soprattutto una sensazione, condivisa con i loro antagonisti, di trovarsi in una situazione priva di vie d’uscita.

 

 

Uno dei meriti della serie, tre stagioni su Netflix, la quarta in arrivo quest’anno, è quello di calare dentro lo spettatore in una realtà quotidiana di persone sempre più intrappolate in un conflitto più grande di loro, che li domina completamente, senza poter mai neppure lontanamente intravedere una soluzione.

 

I personaggi sono tutti intrappolati: l’unità diretta dall’inquieto Doron, compie azioni le cui conseguenze spesso ricadono violentemente su di loro. Il loro governo è a sua volta prigioniero della ragione politica che spesso condanna al fallimento, militare e umano, la sua stessa unità. L’Autorità Palestinese è sempre più prigioniera del movimento Hamas, a sua volta prigioniero della sua ala militare, a sua volta prigioniero degli estremisti che arrivano da tutte le nazioni limitrofe, a cominciare da quelle a loro volta più destabilizzate, come la Siria.

 

fauda serie sceneggiatura

 

In mezzo a tutta questa “Fauda” (in arabo significa caos), si aggirano personaggi molto interessanti: il ribelle Doron (interpretato da Lior Raz, creatore della serie) capo unità sempre più scollegato dalla gerarchia militare e umanamente alla deriva, la dottoressa Shirin, medico all’ospedale di Ramallah divisa tra la lealtà palestinese e il desiderio di porre fine ad una lotta sempre più insensata che provoca morti e feriti in quantità industriali, la soldatessa Nurit, arrivata nell’unità con grande senso del dovere verso il proprio paese che vede sgretolarsi i valori in cui crede a cause delle azioni sempre più violente e inumane della sua squadra.

 

E poi Walid, forse il personaggio più bello: diciassettenne verosimilmente privato della sua infanzia, luogotenente di un leader estremista palestinese e destinato ad assumere sù di sé tutto il peso di un popolo sofferente oltre ogni misura e sempre in bilico tra umanità e cupio dissolvi.

 

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“Cerchiamo sempre di trovare la somiglianza da entrambe le parti, tra la nemesi e l’eroe“, ha detto Lior Raz, il creatore della serie. “Ci sono somiglianze nel modo in cui si comportano, ma da una parte ci sono i terroristi, che uccidono persone innocenti e sono motivati dalla vendetta. Dall’altra il mio personaggio, Doron è motivato dalla caccia, dall’adrenalina e dal fatto che qualcuno sta minacciando la sua vita e quella della sua famiglia”.

 

Lior Raz è un ex soldato delle forze speciali, ha ideato e scritto la serie con un vecchio amico, Avi Issacharoff, un veterano del combattimento e un noto giornalista. Raz, che ha quarantacinque anni, interpreta Doron Kabilyo.

 

Una cicatrice di tre pollici, un ricordo di un incidente automobilistico, gli riga la fronte e gli dona un’aria da uomo con un passato. Lion vive con sua moglie e i suoi figli in un sobborgo appena a nord di Tel Aviv, ma è cresciuto principalmente a Gerusalemme ed è nato a Ma’ale Adumim, uno dei più grandi insediamenti ebraici in Cisgiordania, una città di quarantamila abitanti che generalmente gli israeliani considerano un sobborgo di Gerusalemme piuttosto che una sorta di avamposto in cima a una collina. Viene da un background mediorientale e militare: suo padre è nato in Iraq, sua madre in Algeria. Suo padre era un ufficiale di carriera nell’equivalente israeliano del Navy seals nello Shin Bet, i servizi di intelligence. A casa sua si è sempre parlato arabo e si ascoltava musica da tutto il Medio Oriente. Più tardi, suo padre si dimise dall’intelligence israeliana per mettersi a gestire un vivaio e gli amici di Lior erano bambini arabi di Azaria e Gerico che lavoravano lì.

 

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Lior Raz, autore e protagonista di Fauda

 

Quando Raz aveva diciotto anni, seguì le orme del padre: entrò a far parte di Duvdevan, un’unità d’élite antiterrorismo concepita nel 1986 e che iniziò le operazioni non molto tempo prima dello scoppio della prima Intifada nei territori occupati. Duvdevan significa “ciliegia” in ebraico, un riflesso del suo status di ciliegina sulla torta nell’esercito. È il modello per l’unità senza nome in Fauda.

 

La sua unità era di stanza appena fuori Ramallah, la capitale de facto della Cisgiordania e la base per la leadership dell’Organizzazione per la liberazione della Palestina. L’etica e l’addestramento assomigliavano a quelli del Navy seals: “spietato, brutale e costante”.

 

“A diciotto anni non sai bene cosa stai facendo. Pensavo che saremmo stati come James Bond, indossare una cravatta nera, bere Martini e prendendo i cattivi. Invece, abbiamo ottenuto fatiche inumane ed eterni falafel a pranzo a Ramallah”. Lui e i suoi amici aspiravano ad entrare nella unità Duvdevan non per ragioni ideologiche ma perché “vuoi far parte delle persone migliori del paese, per metterti alla prova. Vuoi essere fedele ai tuoi amici, proteggerli e far parte di una squadra che lavora insieme”.

 

La squadra al centro di Fauda lavora tanto quanto quella di Raz. Le sue operazioni vengono eseguite come rapidi “lavori dentro e fuori”, per arrestare un sospetto terrorista o per interrompere un’operazione terroristica. Il moto della Duvdevan era: “In qualsiasi forma, in qualsiasi luogo, in qualsiasi momento“.

 

 

I membri di Duvdevan non raccontano le missioni passate – quelli “devono rimanere oscuri”, ha detto Raz – ma parlano in termini altamente moralistici dell’unità, di come sono stati selezionati per il loro senso di probità e equilibrio. “Siamo stati scelti perché dovevamo essere calmi, morali, per non perdere la testa in mezzo ai guai, per pensare, per non comportarci come animali. Il compito era catturare il cattivo il più silenziosamente possibile, per evitare di uccidere o ferire chiunque altro. Alla fine di ogni operazione, c’era un debriefing su ciò che era successo e una valutazione sul lavoro svolto: ovvero fare un lavoro sporco nel modo più pulito possibile“.

 

Tre giorni dopo aver lasciato l’esercito, Raz si è diretto a Los Angeles con centoventicinque dollari in tasca. Per il suo background militare ha trovato subito lavoro in una società di sicurezza americana gestita da israeliani che lo hanno messo a guardia del corpo prima di Nastassja Kinski e poi di Arnold Schwarzenegger e famiglia. “Dopo l’esercito, sorvegliare una casa era piuttosto noioso”, e dopo cinque anni, quando ne aveva 25, è tornato in Israele.

 

Ha lavorato come batterista in una discoteca e poi come creativo in una agenzia pubblicitaria. Spinto da una ragazza a inseguire le sue ambizioni artistiche, ha iniziato a prendere lezioni di recitazione e ad ottenere ruoli in varie produzioni teatrali e televisive. E ha iniziato a pensare a un progetto che avrebbe attinto agli anni più pericolosi della sua vita.

 

Per circa due decenni, Raz e i suoi primi compagni nell’unità non hanno mai parlato del lato più brutto del loro lavoro, del prezzo richiesto ai palestinesi e del prezzo loro imposto. “È rimasto tutto lì e nel profondo di noi. Come persona, alla fine ti svegli e scopri di avere un disturbo da stress post-traumatico. Ti rendi conto di essere sempre teso, stressato, non stai dormendo, sei nervoso, sempre in allerta”. Quando a trentacinque anni, stufo di fare sempre lo stesso sogno, una pistola che si inceppa durante una sparatoria, ha deciso di andare da un terapista, nove anni fa. “Stavo per sposarmi. Ero stressato. Volevo solo essere un buon marito. Dopo circa cinque minuti di terapia, la psichiatra ha detto: “Hai il disturbo da stress post-traumatico, parliamone”.

 

Il business della televisione israeliana inizia con un ovvio svantaggio: il pubblico ha all’incirca le dimensioni di una qualunque metropoli occidentale. Inoltre gli ebrei ultraortodossi non guardano la televisione commerciale e molti israeliani palestinesi, che vivono a Nazareth, Umm al-Fahm, Acre, Haifa e in altre città e paesi, guardano le stazioni in lingua araba sul satellite. Le principali società di produzione, Keshet e Reshet, che creano programmi per il più grande canale di trasmissione, Channel 2, lottano per il pareggio; sperano di trarre profitto dalla vendita di proprietà all’estero.

 

Quando arrivano Raz e Issacharoff con in mano il soggetto della prima stagione di Fauda, i produttori sono scettici. Non solo non la vedranno – dicono – ma ci accuseranno, da destra a sinistra, di rappresentare i terroristi come eroi. Tuttavia quando il principale distributore israeliano di contenuti televisivi via satellite accetta di distribuire la serie, il progetto va in porto. E si comincia a girare. Un problema tecnico per Raz è stato che ha dovuto fare un provino per il ruolo principale, una circostanza che ha trovato “sconvolgente”. Ma quella non era certo la preoccupazione principale.

 

Raz e Issacharoff temevano che l’ala destra in Israele avrebbe detto che lo spettacolo aveva “umanizzato i terroristi”; temevano che la sinistra, insieme ai telespettatori arabi, dicesse che il suo ritratto di soldati umani era una farsa romantica e che ritraeva i palestinesi solo come terroristi. E invece.

 

Livida, magnetica, spiazzante, tecnicamente realizzata benissimo, Fauda è alla terza stagione, in attesa della quarta che arriva ad aprile 2021. Nel 2020 è stata la serie più vista di Netflix in Libano, la sesta in Giordania, la terza negli Emirati Arabi. È parlata per l’80% in arabo e per il 20% in ebraico. Consigliamo di vederla in lingua, anzi in lingue originali, per apprezzarne meglio la recitazione.

Come scrivo i miei film. Paolo Sorrentino e le conseguenze dell’immaginazione

“La cosa peggiore che può capitare ad un uomo che trascorre molto tempo da solo, è quella di non avere immaginazione. La vita, già di per sé noiosa e ripetitiva, diventa in mancanza di fantasia uno spettacolo mortale. Prendete questo individuo con il papillon: molte persone nel vederlo si divertirebbero a congetturare sulla sua professione, sul tipo di rapporti che intrattiene con queste donne; io invece, vedo davanti a me solo un uomo frivolo. Io non sono un uomo frivolo, l’unica cosa frivola che possiedo è il mio nome: Titta Di Girolamo”.

 

In questo monologo di Titta De Girolamo, il protagonista de Le Conseguenze dell’Amore, secondo film di Paolo Sorrentino, c’è forse tutto l’anti-Sorrentino, un uomo che non sa immaginare e che perciò non vede niente di interessante attorno a sé. Titta Di Girolamo è un uomo solo, che vive in un albergo, che lavora per la mafia essendone prigioniero e che decide di ribellarsi senza un vero perché. Ma sopratutto lo fa senza pensare alle conseguenze. Probabilmente perché non riesce a immaginarle.

 

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Toni Servillo è Titta Di Girolamo ne “Le Conseguenze dell’amore”.

 

Paolo Sorrentino invece, immagina tutto. Conseguenze e antecedenze, un prima e un dopo, digressioni e rimandi, cause ed effetti. In ogni suo film c’è tanto da vedere, sentire e percepire, e nonostante questo c’è anche la sensazione che ci sia dell’altro, che si intravede appena, si sospetta, si intuisce, e del quale se ne vorrebbe sapere di più.

 

Nicola Giuliano, suo primo produttore, racconta spesso ai corsisti di Tracce cosa ha pensato quando ha letto per la prima volta un soggetti di Sorrentino: “capisci che ha un mondo dentro”. Per cui non ti chiedi, come invece fai, rispetto ad altri autori, se sarà in grado, dopo aver scritto un bel soggetto, di scrivere anche una bella sceneggiatura.

 

“Almeno per me – ha detto Paolo Sorrentino – ogni film è un tentativo di svelare un mistero. Scrivere per il cinema significa anzitutto mettere in scena il proprio mondo. E prima di scrivere, bisogna capire se si ha questo universo da raccontare, che ovviamente abbia la sua originalità, che non sia convenzionale o banale”.

 

Ultimo di tre figli, nove anni di distanza dal fratello, e 14 dalla sorella, Paolo Sorrentino vive una infanzia e adolescenza come un figlio unico, a stretto contatto solo con i suoi genitori dei quali osserva la vita, le amicizie, gli incontri, le feste. Il passato è fonte di ricordi da elaborare per trasmetterli ai suoi personaggi.

 

“Da bambino ero quasi condannato a osservare, perché di persone della mia età con le quali interagire non ce n’erano poi molte. Stavo con i miei genitori e con i loro amici. Se i grandi mi rivolgevano la parola era per coccolarmi in maniera un po’ paternalistica. Ho trascorso un tempo che nel ricordo mi appare infinito, a vedere mio padre giocare a carte seduto su uno sgabellino. Guardando una partita di poker tra adulti si impara tantissimo: le allusioni, gli sfottò, le dinamiche del gioco, le psicologie. Gli amici di mio padre erano estremamente simpatici. Il poker implica delle attese e l’attesa stimola il parto della follia degli esseri umani. Potrei parlarne per ore. Alcune follie che li riguardavano le ho saccheggiate mettendole nei personaggi dei film“.

 

Il cantante confidenziale del suo primo film, L’Uomo in più, quel Tony Pisapia interpretato da Toni Servillo e più tardi protagonista del primo romanzo di Sorrentino, Hanno tutti ragione con il nome di Tony Pagoda, viene in parte proprio da quelle serate tra cinquantenni con un ragazzino ad osservarli.

 

 

“Il sabato sera, i miei invitavano gli amici a casa, mettevano un disco di Califano o Sinatra e ballavano i lenti. Io, bambino, li guardavo incantato. Ho fatto il mio primo film, storia di un cantante confidenzia­le, perché mio padre ascoltava Califano. Ho trasfigurato mio padre o gli amici di mio padre, cosa che ho fatto anche nella Grande bellezza. Essere figlio di genitori molto grandi mi ha aiutato ad osservare. Mi ero creato un mio bacino di immagini, un mio bacino affettivo nei confronti di questi adulti che oltretutto avevano delle regole precisissime: le donne giocavano a conchè, gli uomini giocavano a poker. E tutto questo mi è servito”.

 

Oltre alla memoria delle persone, c’è quella dei luoghi. Luoghi che a volte causano paure che ci porteremo dietro per tutta la vita.«Con i ragazzini del palazzo andammo a esplorare salgarianamente un palazzo davanti al nostro condominio. Dal piano terra iniziavano i normali appartamenti, ma il garage era da anni un cantiere semiabbandonato. Nel buio, dal nulla, all’improvviso uscì una donna vestita di nero e ci inseguì urlando con una scopa. Per me e per altri due bambini fu uno choc e trascorse tanto tempo perché riuscissi ad addormentarmi come prima. Ci dissero che erano tossicodipendenti, per me erano fantasmi. Per addormentarmi avevo bisogno che in casa ci fosse mio fratello. Sapevo che prima o poi mi avrebbe raggiunto in camera. Ma mio fratello era un grande nottambulo, uno che per gran parte della sua vita è tornato alle 5 del mattino, un uomo misterioso. Uno dei dibattiti più accesi, in casa, era imperniato su cosa facesse in giro ogni notte fino all’alba. Mia madre meditava di pedinarlo. Io lo aspettavo. Fino a quando non sentivo la chiave entrare nella toppa restavo con gli occhi sbarrati. Avevo dieci anni ed è allora che ho percepito la paura e la necessità di venire a patti con essa”.

 

Personaggi, azioni, luoghi, e anche suoni. “Quello del battere del coltello che mia madre usava per tagliare gli gnocchi. C’erano rumori rassicuranti e rumori misteriosi. Quello che tutte le sere alle 9 proveniva dal piano di sopra non si è mai capito da dove arrivasse. Era come una biglia che rimbalzava sul pavimento. Ma quando chiedevamo spiegazioni alla proprietaria dell’appartamento lei cadeva regolarmente dalle nuvole. ‘Biglie? Ma vi pare?’. L’inspiegabile ha alimentato la mia assoluta convinzione nell’esistenza dei fantasmi. Mia moglie mi prende sempre in giro per questa mia certezza”.

 

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Il Divo. Toni Servillo interpreta Giulio Andreotti

 

Ma come si riesce a pescare dal proprio passato e ad estrapolarne gli elementi di un racconto odierno? “La malinconia è l’ideale per pescare le idee dal tempo dell’infanzia. Chi disse che ciò che accade di definitivo nella vita, succede entro gli undici anni? Per me è andata proprio così. Anche Il Divo è nato dalla suggestione di un ragazzino che vedeva continuamente Giulio Andreotti in tv. Quell’ uomo, evidentemente, aveva colpito molto il mio immaginario, forse perché per me coincideva con il lupo mannaro che, secondo quel che allora usavano dire magari scorrettamente i genitori, poteva comparire all’ improvviso in fondo al corridoio. Per Le conseguenza dell’ amore, andò allo stesso modo. Se ci si pensa bene,i bambini vivono ampi varchi di noia e di solitudine. E io ho capito che la solitudine di quando ero bambino si poteva trasferire a un uomo di cinquant’ anni. Quel film si sarebbe potuto chiamare Le conseguenze della solitudine“.

 

 

Pescare dalla propria infanzia ma anche dal passato recente. “Per La Grande bellezza ho fatto proprio questo. Questo film volevo farlo almeno vent’anni fa, quando da ragazzo venivo a Roma per lavorare e bazzicavo bar legati alla televisione e vedevo tutto il mondo che non esitava a frequentare quelle forme di squallore che io trovavo meravigliose e che mi hanno sempre suggestionato molto. Dirigenti che cercavano di abbordare le ragazze giovani, cose molto miserabili che su di me avevano una presa forte. Facevo un mio archivio di cose romane e di contesti per me misteriosi: la televisione, il Vaticano, la politica, queste feste mondane, tutte cose che non conoscevo venendo da Napoli, e che mi affascinavano e che ho voluto conoscere attraverso il film”.

 

 

Anche nel suo primo film americano, This must be the place,  ricorrono ricordi e immaginari: “Volevo misurarmi in maniera spudorata e spericolata con tutti i luoghi iconografici del cinema che mi hanno fatto amare questo lavoro sin da quando ero ragazzino: New York, il deserto americano, le stazioni di servizio, i bar bui coi banconi lunghissimi, gli orizzonti lontanissimi. I luoghi americani sono un sogno e, quando ci sei dentro, non diventano reali, ma continuano ad essere sogno. Questa stranissima condizione di continua sospensione dalla realtà mi è accaduta solo negli Stati Uniti”.

 

In quale momento tutti questi ricordi, frammenti di immagini, suoni, emozioni diventano scrittura? “La scrittura è un’altra cosa. Richiede, se non si vuole fare solo puro intrattenimento coi colpetti di scena, una moltitudine di sfaccettature, un’immersione nella vita passata e presente, insomma un complesso di coincidenze e talenti che potrebbero corrispondere all’intelligenza. Naturalmente, questa convergenza è rara e dunque si hanno sempre, a tutte le latitudini, molti bravi registi e pochi, capaci scrittori di cinema. Da sempre tengo da parte osservazioni, spunti, ritagli, cose che mi hanno raccontato. Per La Giovinezza ad esempio, in questa banca della memoria c’erano due reperti che hanno cominciato a lampeggiare. Uno era un fatto di cronaca: la regina Elisabetta aveva invitato Riccardo Muti a Buckingham Palace, ma non si erano messi d’accordo sul repertorio e lui non andò. La cosa mi colpì, perché da buon provinciale pensavo che alla regina non si potesse dire di no, ma Muti, napoletano come me, evidentemente si era sprovincializzato prima. La seconda era il ricordo di una cena con due uomini anziani che si erano messi a parlare di una ragazza di sessant’anni prima, ognuno voleva sapere se l’altro c’era stato. Non è che litigassero, ma si avvertiva una certa frizione”.

 

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Michael Caine e Harvey Keitel in Youth, La Giovinezza

 

E quando i ricordi diventano un vero e proprio film? “Il film non nasce dallo studio di una materia, a me vengono in mente dei personaggi più che delle trame. Una volta che individuo un universo, intraprendo una fase di documentazione. È un lavoro che faccio in maniera molto ossessiva, ma non appena vedo che l’eccesso di conoscenza del tema del film va a impoverire la mia immaginazione mi fermo. Infatti, ho la conoscenza delle cose imprecisa e incompleta. Ad esempio per La Grande bellezza cominciai ad andare alle feste, ma dopo essere stato a tre feste non andai più perché stava diventando una routine. Preferisco idealizzare certi mondi e riproporli così. E sono anche convinto che questo mi avvicini alla verità molto di più. L’Italia è un paese meraviglioso, gravida di un campionario umano vastissimo, eterogeneo, intelligentissimo, cialtrone, ironico o estremamente serioso“.

 

E alla fine ogni film è una sorta di terapia psicologica, un andare a ritroso per ritrovare sé stessi. “Io credo che sapere troppo di sé stessi sia pericoloso. E anche un po’ inutile. In fondo all’anima, rischi sempre di trovare un essere umano bolso e appesantito. E non ci sono diete per migliorare il sé. Sì, probabilmente avrei avuto bisogno, come tanti, di andare in analisi, ma ho sempre evitato. Non è detto che poi ci trovi chissà quale rivelazione su di te. Potresti anche rischiare di non trovare niente”.

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Paolo Sorrentino. (Foto Pietro-Luca-Cassarino-wikimedia creative commons)

 

Qualche anno fa, parlando del passato e della perdita dei suoi genitori quando era ancora adolescente, Sorrentino disse: “Avevo sedici anni e fu una tragedia indescrivibile. Le parole che conosco non sono adatte. Servirebbero le immagini, la disinibizione e il coraggio. Servirebbe un film. Ma non è detto che, nei prossimi anni, non vinca il pudore e racconti di questo. Anche se sono trascorsi tanti anni, ci vuole tempo per ponderare, vincere le resistenze”.

 

E a giudicare da quello che sappiamo dell’ultimo film appena finito di girare, La mano di Dio, ambientato a Napoli, proprio negli anni di Maradona e del Sorrentino adolescente, film di cui non si sa nulla, ma che forse sarà un ulteriore tassello nel passato di un ragazzo in cui mettere definitivamente ordine. Lo vedremo.

 

Le dichiarazioni di Paolo Sorrentino sono tratte dalle seguenti interviste:

http://farefilm.it/persone/ogni-film-svela-un-mistero-paolo-sorrentino-si-racconta

https://ricerca.repubblica.it/repubblica/archivio/repubblica/2009/12/06/paolo-sorrentino.html

https://www.repubblica.it/venerdi/interviste/2016/01/15/news/confessioni_di_un_anziano_quarantenne_paolo_sorrentino-137890679/

https://www.vanityfair.it/show/cinema/2020/05/20/intervista-paolo-sorrentino-inconsolabile-tristezza-degli-adolescenti