Il critico, l’autore e la cassetta degli attrezzi per scrivere un film: intervista a Mario Sesti.

C’era una volta il critico che si recava in sala con il suo taccuino degli appunti. Di solito si trattava di un personaggio temibile, magari uno scrittore o comunque un letterato che entrava in sala, guardava il film, alzava spesso il sopracciglio, sbuffava, prendeva appunti, per poi recarsi nella redazione del suo giornale e scrivere quella che sarebbe stata la recensione pubblicata dal giornale. Spesso di trattava di un articolo denso di locuzioni come “si tratta di”, “parrebbe che” “vorrebbe dire” “opera che delude”, “soddisfa” o “deprime”.

Spesso la recensione, o la stroncatura, erano il preludio a grandi litigate, confronti e scontri con gli artisti e non di rado finiva a querele e citazioni civili. Dall’avvento del web in poi la critica è profondamente cambiata: i siti web di cinema sono migliaia e tutti invariabilmente pubblicano recensioni più o meno competenti, più o meno fondate, in una inflazione di commenti e opinioni che si sovrappongono l’un l’altra e che fanno pensare alla professione del critico come ad un mestiere in via di estinzione se non già estinto.

 

Mario Sesti, giornalista, scrittore e docente di critica e sceneggiatura a Tracce, è un critico cinematografico che spesso “passa dall’altra parte”. Scrive e pubblica sempre recensioni ma spesso utilizza linguaggi narrativi diversi realizzando programmi televisivi di approfondimento, ideando rassegne e retrospettive, intervistando attori e registi e realizzando e documentari e film tematici che spostano il confine della critica molto più in là in pieno territorio autoriale.

 

Mario Sesti, la critica è ancora un mestiere, nonostante oggi tutti parlino di cinema?

Oggi tutti possiamo parlare di cinema perché tutti abbiamo visto un numero di film sufficienti a convincerci che sappiamo il cinema, capiamo di cinema e possiamo esprimere giudizi competenti. Perciò, come diceva Truffaut, qualunque spettatore da sempre ha due lavori: il proprio e quello di critico cinematografico. Naturalmente il critico possiede conoscenze e competenze precise che gli permettono di parlare di un film in modo approfondito, svelandone aspetti nascosti e veri e propri segreti. Certo, come tutti i linguaggi espressivi la critica può commettere straordinari errori, specie nelle cosiddette stroncature, di cui la letteratura è piena e che non hanno evitato clamorosi errori. Personalmente non amo la stroncatura, la considero un esercizio un po’ adolescenziale, oppure se proprio ci si sente di farla, allora sarebbe bene utilizzare uno stile proprio, come nel caso di un grande autore, purtroppo scomparso, Alberto Farassino che scriveva recensioni e anche stroncature celebri, scritte in modo che l’autore quasi non se ne accorgeva.

 

Anche il critico è un autore, quindi?

Assolutamente si. Nella critica ci sono stati grandi scrittori e critici come Kezich, Grazzini, Bianchi, e soprattutto Alberto Moravia che sulla sua rubrica cinematografica dell’Espresso, non a caso una delle più longeve della storia dell’editoria, ha scritto sul cinema cose fondamentali. Una volta il mestiere del critico era quello di scrivere un articolo per un quotidiano o un settimanale e per molti anni l’orizzonte del critico si è limitato a questo. Oggi non è più così. Un critico può passare dall’altra parte e diventare autore, concepire e realizzare programmi di cinema, documentari, veri e propri film, guardare dove altri hanno già guardato e proporre altre angolazioni, punti di vista, approfondimenti che non erano ancora stati compiuti, sguardi inediti.

 

Il corso di critica che tieni per Tracce si chiama Il Piacere degli occhi. Perché questo titolo e di quale piacere si tratta?

Il titolo cita il libro che raccoglie le critiche di Francois Truffaut. A volte ci capita, mentre vediamo in film, di vedere una scena e cominciare a fantasticare, senza una particolare volontà di farlo ma semplicemente perché siamo portati a farlo e ci troviamo a inseguire pensieri, stabiliamo strane connessioni. Poi torniamo al film e riprendiamo a seguirlo. La critica è anche questo, riuscire a rendere anche queste sensazioni, queste strane connessioni che facciamo da spettatori per inserirle in un racconto coerente al fine di dire qualcosa e altro da quello che si sta vendendo, dal film che stiamo analizzando. E riuscire o meno in questo, riuscire a fare un buon lavoro, dipende dalle proprie competenze e dal proprio stile. Infatti a volte ci sono critiche straordinarie di film mediocri, e a volte naturalmente il contrario. Però tanto più il racconto critico è coinvolgente, tanto più riesce a favorire quel piacere degli occhi da cui appunto il titolo del corso.

 

Ci racconti come si svolge il corso?

Cerchiamo di raccontare questo strano mestiere da un punto di vista moderno e funzionale a cosa significa fare questo lavoro oggi. Niente lezioni teoriche sull’universo cinema – non ci basterebbe una vita – ma lavoriamo sul campo. Un solo autore, i suoi film, le sue scene maggiormente significative. Le guardiamo e attraverso alcuni attrezzi del mestiere, le scomponiamo, le smontiamo per guardarci dentro e raccontare cosa abbiamo visto e cosa ci sembra di aver capito. In questa ultima fase ci esercitiamo a scrivere testi già pensati in origine per diversi tipi di media, dal cartaceo al documentario scoprendo come può variare un testo critico in funzione del media a cui è destinato. Infine la lezione finale: l’incontro con l’autore, che viene a vedere il risultato delle nostre “lastre”, delle nostre analisi sul suo lavoro, per discuterle con gli allievi. E questo è il momento delle scoperte e delle sorprese, da ambo le parti.

 

 

Con Tracce partecipi da docente anche al corso di sceneggiatura, occupandoti di elementi del racconto cinematografico come l’incipit, il punto di vista, i personaggi i dialoghi. Come affronti questi argomenti?

Con quella che io chiamo “la Cassetta degli attrezzi”. Il cinema è un racconto per immagini, composto tra le alte cose da elementi come l’Incipit, l’inizio del racconto, i personaggi, il punto di vista, i dialoghi. Questo metodo nasce da un corso che tenevo al Centro sperimentale di cinematografia, “Teoria del racconto cinematografico e televisivo”. L’idea era unire le teorie classiche della narratologia con il lavoro dagli autori. Selezionavo scene particolarmente significative di film importanti, per procedere a smontarli, aggredirli, scomporli proprio con questa sorta di cassetta degli attrezzi, come fa un pilota in una cabina di pilotaggio, quando ti mostra i comandi: la cloche, gli indicatori, le leve, i pulsanti. Questo corso ebbe un discreto successo e Luca De Benedittis che era uno degli allievi mi chiese poi di replicarlo per il corso di sceneggiatura per Tracce.

 

Puoi citarci due scene significative che analizzi nel corso di sceneggiatura?

Due esempi di stili di narrazioni diverse. In Old Boy di Park Chan Wook, oltre ad un inizio, un incipit davvero fenomenale, un uomo che regge un altro in bilico in cima ad un grattacielo e non lo lascia cadere dicendogli: “devo raccontarti la mia storia”, tutto il film è raccontato da quello che possiamo definire il “narratore visibile”. In questo caso il narratore sa tutto della storia che lo spettatore sta vedendo. Ne conosce ogni dettaglio e rilascia le informazioni ad arte, con sapienza, pian piano in modo da accompagnare lo spettatore fino alla fine della storia e allo svelamento dell’intrigo.

 

 

Il secondo esempio è nel film La Conversazione, di Francis Ford Coppola. Questo è un esempio magistrale di “Narrazione invisibile”, il narratore non solo non ne sa più di noi, ma sembra che il film si stia girando proprio nel momento in cui lo stiamo vedendo. In questa scena vediamo la macchina da presa seguire il personaggio di Gene Hackman, un tecnico delle intercettazioni, che rientra a casa. Oltre ad aprire un numero incredibile di serrature, lo vediamo telefonare alla padrona di casa chiedendo la restituzione delle chiavi. Tutta la telefonata è ripresa da due panoramiche di una sola macchina da presa che gira sul proprio asse. Ma i movimenti sono lenti, quasi come se il regista non fosse interessato a quello che sta succedendo. Ad esempio il personaggio esce dall’inquadratura e la camera non lo segue. Poi, con molto ritardo lo raggiunge sul divano per poi perderlo daccapo. Dirà poi Coppola: “volevo dare l’impressione che anche la camera, come il personaggio, fosse uno strumento che non possiede emozioni e reazioni a ciò che registra, come il protagonista”. Ecco, Coppola in questo film riesce in un perfetto prodigio: comunicare l’idea che il narratore sia stato messo da parte e che il film “guardi se stesso per la prima volta” insieme a noi.

 

 

I corsi di Tracce con docente Mario Sesti.
Corso di critica cinematografica.

Corso di sceneggiatura di primo livello

Corso di sceneggiatura di secondo livello. 

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *